Perfil de EthelBertaNel Mio Strano Armadio.....FotosBlogListasMás ![]() | Ayuda |
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ILLUSIA
Se ne sta lì, enigmatica, seduta sul tappeto verde acqua, davanti all’armadio. Chissà da dove è arrivata, e quando è nata. È distaccata, non prova emozioni, oppure le teme talmente tanto da averle cancellate, e non le sente più. È come morta. Dentro l’armadio però è nata la vita, ce l’ha soffiata lei inconsapevolmente, pallida immagine della sua vita interiore. Là dentro non c’è più gelo, ma un mondo in espansione. Principesse, draghi, amanti, guerrieri, fiumi, fantasmi, pioggia, luna, troni, angeli e pipistrelli… Lei li guarda, pensosa, e racconta le loro storie. Crede che essi si muovano da soli, ma non è così. Neppure sono marionette che obbediscono ad un suo tirare di fili. Non ci sono fili, infatti, e ciò che accade è difficile da spiegare. Forse non molto, a pensarci bene. DIMMI COME FAI A SCRIVERE COSÌ. Succede, quando non si hanno parole semplici da dire, mentre ciò che ci si sente dentro esige di essere portato alla luce, altrimenti ti si rivolgerà contro e ti distruggerà. Semplicemente, cominci a mettere insieme due parole, e poi una frase, e poi un’altra, e poi ti ritrovi di fronte la tua anima riflessa in mille frammenti di specchio, e infine un mondo intero prende vita senza che tu te ne accorga. Deve essere proprio in questo modo che Dio ha creato l’universo. Lei se ne sta lì, e soprattutto si commuove alla vista dei due amanti che si incontrano solo per brevi, imprevedibili istanti. Però li invidia un poco, in verità. Loro sono in due, e anche se non riescono mai a stare insieme sono fatti l’uno per l’altra. L’armadio si è riempito di vita, ma lei che l’ha creato ne sta fuori, esclusa. È sola, seduta sul tappeto verde acqua della stanza deserta, ed è davvero straniera al mondo in cui vive. O forse no. Soltanto Dio è solo, perché non esiste un suo pari, ed egli dona il suo amore senza riserve, ma sogna di riceverne, e nessuno gliene può dare… …così, ha deciso di venire a cercare l’uomo. Ma lei non è Dio, anche se dentro l’armadio una proiezione di lei stessa ne ha visto il trono. E non è poi tanto unica, perché non è certo la prima a inventare fiabe. “Ecco” sussurra “Voglio che le mie siano fiabe, non illusioni.” Finalmente sente di aver preso la giusta via, perché le fiabe sono cosa buona, mentre le illusioni non lo sono. Si addormenta, sul tappeto, nell’edificio deserto, e scende la notte. La luce della luna entra dalla finestra, e le illumina il volto. Sulle sue labbra, un vago sorriso. Dimmi che mi ami, te ne prego.
LA PRINCIPESSA E IL DRAGO
Cammina, cammina, lei infine arrivò troppo lontano. Eppure non aveva potuto farne a meno, non era esistito un posto dove fermarsi, prima, ed aveva dovuto continuare a camminare, fino a quei luoghi dove forse nessuno era mai giunto. Le cose migliori, certamente, non potevano che essere ormai alle sue spalle, eppure non le aveva incontrate lungo la via. “Dunque?” le domandò il grande drago. Lei non rispose, ma si accorse di essere di nuovo una bianca principessa. Era successo proprio lì, nel mondo dei draghi, dove sarebbe stato più appropriato indossare il suo lato oscuro. “Lo sai, che noi draghi leggiamo la verità negli occhi di voi esseri umani?” parlò di nuovo il drago. Due giovani draghi, uno chiaro ed uno scuro, volteggiavano nel cielo, in una danza d’amore, i loro corpi simmetrici librati nell’aria a disegnare un cuore. Dove le loro teste si sfioravano, scaturiva una sfera d’energia bianca. Nel cielo nero, lampi di luce, e polvere di stelle. “Vedo che anche per i draghi c’è l’amore” disse lei. “E vedo che esso dà loro forza” Ed alzò gli occhi. “Tu non mi temi” constatò il grande drago, incontrando il suo sguardo. “Io cerco almeno l’oblio, che neppure tu mi darai… l’ho già capito, che non mi vuoi uccidere” sospirò lei. “Li vedi, quei due draghi innamorati? Uno sembra fatto di luce, e l’altro di buio, eppure sempre draghi sono, e si attraggono proprio perché sono l’uno l’opposto dell’altro… ma in verità non sono l’uno all’altro stranieri” “Comprendo dove vuoi arrivare” disse il drago. “Puoi anche non dirlo, perché io già so” “Ed io lo dirò lo stesso, invece… io, che nelle terre degli uomini sono drago, e nella terra dei draghi sono principessa! Io, straniera ovunque, griderò che sono stanca di tutto questo!” Il drago sospirò. “Io non sono mai straniero, dove vado, ma non ho destino migliore del tuo. Uomo tra gli uomini, drago tra i draghi, anch’io cerco l’amore” le rivelò. “Ed invece mi sono dati solo brevi istanti per vedere colei che amo… solo attimi, per me e te.” Fu allora che lei lo riconobbe. Si guardarono, per un momento che valeva una vita. Lei, principessa. Lui, drago. I loro cuori quasi si spezzarono. Poi, ancora una volta, in solitudine, proseguirono la loro via. Dimmi che mi ami, te ne prego... THE MOONLADY
Luna che in cielo risplendi beata ormai tutti i poeti ti hanno cantata. Di cosa, allora, ti potrei io parlare? Mi siedo nel buio, e ti resto a guardare, mentre sento che in ogni tuo raggio di luce di presenze di angeli si respira la pace.
Poi chiudo gli occhi, e mi stendo sul prato, mentre piove sollievo sull’animo mio tormentato. LA DONNA E IL GUERRIERO
Non sono più giovani, quando si incontrano. Il luogo non esiste, il tempo sembra sospeso nel buio. La luce artificiale è molto fioca, piccoli cerchi di luce qua e là. Lei nota la sua allegria, e gli rivolge la parola. Lui allora nota lei, ed il suo sguardo prende vita all’improvviso. Sulle labbra di lei nasce un sorriso vero, dopo tanto tempo. C’è troppa gente, lì, ma nessuno conosce per davvero le loro vite, e un’ora dopo le loro mani sono intrecciate, la testa di lei sulla spalla di lui. Scorrono le parole, ma non ne servono molte. “Chi ha trovato amore ad attenderlo, quando è venuto alla vita…” “…ha avuto qualcosa che per noi è sconosciuto” Entrambi hanno alle spalle una strada terribile, e ne portano ancora le ferite. “Avevo bisogno di te” dice lui. “Ne avevo anch’io, di te” risponde lei. Le loro tracce si dissolvono in un’altra notte. Si incontrano di nuovo, pochi giorni dopo, perché era inevitabile che così accadesse. Qualcosa era rimasto in sospeso. Dimenticano i loro corpi finalmente vicini, abbracciati, sul letto della vecchia soffitta. Li dimenticano, perché non sono l’essenziale. Le loro anime unite si parlano, altrove. “Quanta sofferenza…” “…essa ha fatto di me ciò che sono…” “…le nostre forze di bambini…” “…usate per difenderci, invece che per crescere” Si raccontano sensazioni provate. “Quando sei fatto di tristezza e dolore, hai troppo bisogno d’amore…” “…ma tutti ti scansano, perché quel poco che comprendono di te fa paura…” “…e non ti puoi mai mostrare per ciò che sei” Esprimono desideri. “Sei ancora tanto bella… avrei voluto incontrarti a vent’anni…” “…io no, perché non eravamo ciò che ora siamo...” “…e forse non ci saremmo capiti” Tanti discorsi… uno li inizia, l’altro li termina. Dopo una vita, si sono ritrovati e parlano la stessa lingua, alle spalle strade simili, percorse troppo da soli. Lui la tiene tra le braccia, e la accarezza. “Tu… promettimi una cosa. Io… ho qualcosa da fare… forse dovrò partire per un altro paese, o forse resterò qui, non so… ma tu ricorda che ovunque io sia, ti camminerò vicino. Tu… non devi morire” “Tu… prometti che starai lontano da quelle dannate armi… ovunque tu debba andare” “Ci proverò… e tu?” “Non cercherò più la morte… ci proverò” Nella clessidra scorre la sabbia del tempo che è loro concesso, ed esso volge al termine. Lui si ferma accanto ad un albero del viale, sotto il cielo bianco di un giorno di pioggia lieve. Lei continua a camminare, e lui la segue con lo sguardo. Lei questa volta si permette di volgersi un poco, a guardarlo. Poi, per trattenere di lui qualcosa che sia un’immagine nitida e non qualcosa che si perde in lontananza, e per lasciargliene una simile anche di sé, prende subito la strada che svolta a sinistra per scomparire dietro l’angolo. Ognuno verso il proprio mondo. Trattengono il ricordo dell’altro. Ci riescono. Forse. Dimmi che mi ami, te ne prego…
SIEDITI QUI, ANCORA UNA VOLTA......E FAI CLIC SUL TITOLO DEL POST, TI PREGO, PER NON SENTIRE IL LEITMOTIV DI SOTTOFONDO. SE QUALCUNO NON MI ASCOLTA, IO PER SEMPRE CADRÒ.
LE URLA DELL’ANIMA
Io non ne potevo più, di fare l’uomo che attende sulla panchina del viale. Io, JeanHenry. Ogni volta un’eternità, ogni volta un’interminabile attesa, ogni volta la speranza di vederla arrivare con gli occhi finalmente ridenti… e invece no, ogni volta che lei tornava era sempre più stanca, sempre più tormentata, ed io leggevo nei suoi occhi il suo desiderio di stare con me. Qualcosa glielo vietava, però, e così lei si fermava solo per un instante e poi riprendeva la via, tentando di nascondere la sua disperazione. Io non so mai se la rivedrò. Finora l’ha fatto, magari a distanza di decenni, ma è sempre tornata da me. Non è scritto da nessuna parte, però, che lei possa sempre tornare un'altra volta, e nessuna voce ha mai pronunciato queste parole. Ogni volta che la vedo di spalle, mentre cammina sulla via che la porterà lontano, il distacco è lacerante. Io so che ogni volta potrebbe essere anche definitivo. E so che lei soffre. È stato tutto questo, che mi ha spinto alla decisione che ho preso: ho lasciato una parte di me ad attenderla qui, perché io devo essere al solito posto se lei torna… ed un’altra parte di me sta tentando di seguirla per le sue vie. Ecco, io ora sono Henry fermo nel buio e sono anche Jean che cammina per le strade dell’armadio. L’avevo già raccontato, ma non avevo aperto così tanto il mio cuore. Mi chiedevo anche se avrei conservato a lungo il mio equilibrio. Ecco, ora sento chiaramente in me la risposta. Non reggerò a lungo questo stato… e mi rendo conto che sto diventando sempre più fragile. La parte di me che sta nel buio non ha abbastanza anima, e il mio spirito da solo non avrebbe ormai la forza di sostenere colei che amo, se pure riuscissi a raggiungerla. Come fa lei, che vive in questa mia condizione da un tempo interminabile? Forse è per questo che non ricorda più nulla. Io mi sto spezzando. Io sto impazzendo. Ma non per questo smetterò di amarla. Quando anche di me non sarà rimasto quasi nulla, ecco… io le regalerò una rosa.
“O pipistrello, ti prego, non tardare… Prima di svanire io la voglio rivedere. Vola lontano, amico, la devi cercare, i suoi occhi su di me una volta ancora voglio avere”
Attonito restai, perché in un momento come quello acquistò la voce persino il pipistrello, e così parlò: “Ascolta piuttosto l’eco della sua voce, non senti? È cambiato ciò che dice!”
E lei così parlava: “Ti prego, non perdere te stesso per amore, non pormi sulle spalle anche questo dolore. Dovevi restare ad attendermi dov’eri, e non tentare di seguire i miei sentieri. Al mio tormento io sono abituata, a combatter con me stessa una lotta spietata, tutto il mio coraggio per una guerra senza gloria, e gesti eroici di cui non resterà memoria. Lo so, ora la strada mi ha portata lontano, ma un giorno tornerò… perché ti amo”
Su tutto poi calò un silenzio profondo, e si chiusero le ante, oscurando il nostro mondo.
ANCHE IO VOLEVO UN CUORE
Tu… …senti il mio canto, e ne sei affascinato. Non comprendi le parole, ma ugualmente esso ti parla dell’ignoto che cerchi, e di ciò che l’abisso che è in te chiama da sempre. Estasiato, ti fermi ad ascoltare. Finalmente i tuoi sogni hanno una voce, ed il tuo cuore risvegliato dall’emozione canta esultante. Mi vieni incontro… non importa di cosa sia fatta la via… onda di mare, o erba di prato, non ne hai più coscienza. Senti soltanto il desiderio di me. Tutti i tuoi sensi sono tesi a cogliere la mia essenza che ti sfugge. Sogni vagamente che io ti abbraccio come acqua gentile, i miei lunghi capelli intorno al tuo corpo… io e te, i nostri corpi intrecciati, mentre i nostri spiriti volano insieme nei regni più alti. Questo, lo so, è ciò che la tua anima invoca. Ti offri a me, indifeso come non lo sei mai stato. Tu non sai… per nulla al mondo vorrei farti del male. Mi sento attratta da ciò che tu sei, ed anch’io ti desidero con intensità terribile. Ascolta però questo nuovo canto, che per una volta proverò a rendere diverso e vero. Non voglio usare questo mio maledetto potere su di te. Guarda oltre l’atmosfera di sogno che ho intessuto. Sullo scoglio io ti attendo. Mi vedi? Comprendi quale condanna mi è stata data? Mai il mio corpo si potrà mai unire a quello di colui che mi ama, io, donna dalla coda di pesce, destinata alla solitudine eterna. Con la seduzione del mio canto ti attiro perché ho bisogno di te, ma, anche se non lo voglio, poi ti porterò alla rovina. È la mia maledetta natura, gli dei mi hanno fatta così. Guarda… dietro di me si erge l’aspra e affilata scogliera, contro cui si infrangono violente le onde. Io le posso sfuggire, in virtù della stessa mia caratteristica che mi rende incapace di amare, invece tu non avresti scampo. Dell’espressione estatica e rapita che avrebbero i tuoi occhi mentre muori senza accorgertene, io però a lungo vivrei. No. Non voglio questo. Rischierò tutto, perché questa mezza vita non mi basta più. Ora tace il mio canto, ed io calmo le onde mentre nuoto verso di te. Il mio incantesimo è sospeso. Cosa farai, ora? Mi amerai per il gesto che ho compiuto, o mi ucciderai perché ti ho avuto in mio potere? Guardami, sono io. Io, la sirena.
THE NIGHTLORD
Notte, amica mia oscura, sovente mi perdo in te senza paura attraverso un tuo spazio o dentro un tuo tempo, istante di oblio e non di strazio mentre cammino in ciò che in me sento, sospeso in un momento di silenzio arcano in cui nessuno mi tiene per mano, e mentre il tuo buio m’inonda la mia anima lo respira e vi affonda.
Chi sono, io che ora scrivo? Posso dire con certezza “io vivo”? Non lo so… e mi soffermo, dimenticato, in questo buio universo sognato.
UN CANTO NEL DESERTO
Lontano, echeggiano le parole di una canzone. La voce che canta è maschile, ma dolce. Il luogo dove lei cammina è una landa desolata, molte grosse pietre giacciono tra la sabbia. Si dice che un tempo le onde del mare parlassero con la loro voce sopra quella terra arida, ma esse ora si sono ritirate, ne è rimasto soltanto il sale, che ha impedito il nascere di ogni altra forma di vita. È passato un lungo tempo da quando lei si è lasciata alle spalle l’ultimo ciuffo d’erba. Il cielo ha lo stesso colore della terra. Lei infine cade, ma non piange. Non c’è posto per le lacrime in quel luogo. C’è soltanto il deserto interiore, la solitudine estrema, la voglia di andarsene lontano da tutti, affinché il paesaggio sia infine lo specchio del suo stato d’animo. Vorrebbe pensare a se stessa, per cominciare. Ma non lo sa fare. Riesce solo a sistemarsi un po’ i capelli. E chiude gli occhi, perché non serve vedere. Tanto, l’interiore e l’esteriore sono ormai la stessa cosa. Immobile, ascolta la canzone lontana. Essa si insinua nei suoi pensieri, nel suo cuore, nel suo mondo… e canta di qualcosa di sconosciuto. Canta di vita. Il suo cuore si sveglia e risponde alle parole della canzone, quelle che per lei hanno un senso.
Che ne sai di un bambino che rubava, e soltanto nel buio giocava, e del sole che trafigge i solai, che ne sai? So che avrei voluto giocare con lui, così non ci saremmo sentiti soli Conosci me, la mia lealtà, tu sai che oggi morirei per onestà No, non la conosco, e me ne spiace molto, ma come potrei? Sento solo il tuo canto di lontano Conosci me il nome mio, tu sola sai se è vero o no che credo in Dio Non conosco nessuna di queste cose, anche se cominciano a sembrarmi importanti Che ne sai tu di un campo di grano, poesia di un amore profano , la paura d'esser presa per mano, che ne sai? Deve essere una paura molto bella da provare, ma purtroppo non l’ho mai vissuta L'amore mio è roccia ormai e sfida il tempo e sfida il vento e tu lo sai… Quanto vorrei che tu stessi cantando per me… non sai quanto… Conosci me, quel che darei, perché negli altri ritrovassi gli occhi miei Lascia prima che io mi perda nei tuoi... e poi forse capirò …e nuove notti e nuovi giorni, cara vai o torni con me? Da chi sa chiamarmi “cara” in quel modo, io certo tornerei, e forse è l’unica cosa che so Cara, non odiarmi, se puoi… No. Non odio più, nonostante la mia strada mi abbia portato qui. Ho lasciato quasi tutto l’odio dietro di me… non posso dire altro che “quasi”, perché sono solo un essere umano. Dovrà bastare. Non è te che odierei, in ogni caso.
Lei si rialza. Forse ricorda, e forse no, ma ricomincia a camminare, e a cercare lui. “Dimmi che mi ami, te ne prego"
Strana, incalzante danza, ora evanescente, ora piena di sostanza gente che resta, lei che se ne va lui che si chiede se la incontrerà echi di passi antichi e nuovi, ma per queste vie non sai mai cosa trovi: fantasmi sul fiume, il trono di Dio, qualche anima persa in cerca di oblio e soprattutto desiderio d’amore, sempre rimandato a un momento migliore, mentre una donna parla da sola e non sente la voce di chi la consola…
Calmatevi, inquietudini senza nome, tormenti strani e poi paura, desiderio, speranza, illusione, amore e odio, ad agitar le acque tornerete domani ma lasciate che stasera canti l'allegria nell’armadio…
CUORE DI DRAGO
Chi voleva uccidere te, non era una donna. Era tuo padre. Quello vero, non un patrigno. È una di quelle cose tranquillamente terribili che segnano la vita… …no, non sei mai stata una principessa che vive felice nel castello con un padre e una madre. Neppure ti è stata data la possibilità di continuare ad amare un padre distratto che non si accorge che la sua nuova moglie ti odia. Non ci sono dubbi, davvero. Tuo padre ti ha rifiutata, fin dal primo istante. Voleva cancellare la tua esistenza, e ti ha abbandonata. Forse è per questo che sei inconsapevolmente convinta che non esistano principi, ma soltanto mostri. Il re e la regina, i tuoi genitori, esistono solo nei tuoi sogni, immagini idealizzate e irraggiungibili. Il mondo è sempre stato per te una foresta di rovi, non hai un castello dove dormire, in attesa che un cavaliere uccida il drago, spezzi i rami di spine con la spada, e ti regali la dolcezza di un bacio. No. Su quelle spine ti sei graffiata persino l’anima, e non per amore… semplicemente perché quello era l’unico sentiero. Camminavi, ma l’amore era sempre un po’ troppo in là… …oltre la siepe. …oltre la curva del sentiero. …oltre la cresta delle colline. …non oggi, domani. Intanto ogni giorno morivi un po’ di più. Vorresti vendicarti ed uccidere chi ti ha tradita, ma la morte l’ha già raggiunto prima di te. Vorresti addormentarti per sempre, ma non ci riesci. Vorresti sapere dove stai andando, e perché, ma non lo sai. Vorresti allora fermarti, ma non ti è concesso. Vorresti un nemico da affrontare, ma non se ne presenta nessuno. Vorresti che accadesse un miracolo, ma non esiste bacchetta magica.
Vorrei che tu sentissi la mia voce, perché io ho qualcosa da dirti. Ti indicherei la via, ed arriveresti ai miei luoghi. Non so come apparirebbero a te, che ormai non sai più vedere: se ti sembrerebbe di essere in un castello, in una casetta, in un bosco o in una grotta… Ti chiederei però di fermarti, e di vivere un giorno in mia compagnia. Ad ogni sorgere di sole ti domanderei di fermarti un giorno ancora. Non ti chiederei nient’altro. Semplicemente, il tempo passerebbe. Io ti amo, ma non te lo direi mai. Forse tu, dopo molto tempo, ti accorgeresti di aver abbassato le difese, e capiresti che io non sono un mostro… …ma sarebbe quello, il momento più terribile. In realtà tu stai ancora cercando quel padre idealizzato, che ami e che odi, e le tue ferite non sono ancora guarite. In quel momento scenderebbe il buio, tu vedresti la sua immagine sovrapposta alla mia, ma io non potrei mai restituirti ciò che ti è stato negato. Cambiare il tuo passato non è in mio potere, nessuno nell’universo può farlo. Lo so, la tua rabbia inevitabile di tutta una vita si concentrerebbe in quell’attimo, rivivresti ogni momento della tua paura di essere abbandonata, e tenteresti di uccidermi perché sono arrivato troppo vicino al tuo cuore. Dovrei combattere contro la parte oscura di te, e colpirla a morte, per salvare la mia vita e la tua. Soltanto dopo, infine, potrebbe sorgere per noi il più splendido sole. Strana principessa tu sei, crudele l’incantesimo che ti trattiene, e davvero difficili le prove che mi attendono. Tu… che sei anche il drago, e non lo sai. I WISH I WERE AN ANGEL
Quei due... O quei quattro… Continuano a vagare dentro questo armadio. Ormai qui c’è un universo in formazione, e non se ne rendono neppure conto. Pensano che stare seduti sul trono di Dio sia stato un sogno o un incubo, ma le cose non stanno proprio così. Il luogo con il trono era una stanza di Casa Ricerca, nata per far capire loro ciò che vogliono e ciò che non vogliono… …anche se Casa Ricerca e tutto questo universo in evoluzione esistono solo nelle loro menti. Quelli hanno chiuso fuori il mondo, e ne hanno creato un altro, in un armadio!!!
Ma io?
Io non ho bisogno di tutto questo, ed invece mi continuano a chiamare, a confidarsi con me, a mandarmi qua e là, a portare messaggi… Come sarebbe a dire, che vi state chiedendo chi sono? Ma è ovvio… sono io, IL PIPISTRELLO!!! Stavolta sono davvero stanco. Me ne hanno fatta una di troppo… d’accordo che non l’hanno fatto apposta, camminavano nel loro inconscio, dopotutto, ma… “Che strana trinità” ha detto lei… …mi hanno fatto persino recitare la parte dello Spirito Santo!!! Non ho certo ambizioni del genere, io. Però, ecco, un piccolo desiderio l’avrei. Io a loro voglio bene, ormai, però non è facile per me tentare di fare ciò che mi chiedono… portare tutti quei messaggi strani, e volare da un luogo della mente a un altro. Le mie ali sono fragili, la traiettoria del mio volo è spezzata, e la mia voce è solo un piccolo grido che non riesce a trasformarsi nelle parole che dovrei riferire. Sarà per questo che non si ritrovano mai. Non arrivo al momento giusto, ammesso che li trovi, e non riesco a farmi capire!!! Ah, se per un giorno io potessi essere un magnifico angelo, con grandi, potenti, luminose ali, e con una voce bellissima che va diretta al cuore!!! Non dovrei neppure far la fatica di volare. Dopotutto, le ali di un angelo sono solo un simbolo, perché essi volano alla velocità del pensiero, e nel tempo di un battito di ciglia si trovano nel luogo e nel tempo che desiderano. Non avrei nemmeno bisogno di ascoltare e di interpretare le loro parole. Leggerei nei cuori di quei due squinternati, e potrei davvero fare qualcosa per vederli finalmente felici, dato che li comprenderei meglio di quanto non riescano a fare ora loro stessi. Già, perché il mio grande desiderio sarebbe di veder conclusa questa storia straziante, che talvolta fa quasi piangere anche me, sebbene io sia solo un pipistrello.
Chissà, però, cosa leggerei in quei cuori… … se davvero vogliono stare sempre insieme, o se in realtà preferiscono amarsi così. Forse hanno inconsapevolmente sceltodi vivere il loro amore in questo modo, nel lampo accecante di brevi momenti di sogno, invece che nella ben più pallida e pure discontinua luce di un’intera vita. Forse nemmeno se fossi un angelo troverei parole da dire. Li guarderei soltanto, magari, e mi scenderebbe una lacrima. Polvere di luce su di loro, che si addormenterebbero nel loro sogno… …ma chi sono, io, per fermarli, se davvero la loro vera volontà è di cercarsi senza trovarsi mai, e di credere che invece così non sia? A conti fatti, gli angeli vedono troppe cose per i miei gusti, però. Loro due almeno hanno capito di non volere il trono di Dio… …e in fondo nemmeno io voglio i poteri di un angelo. Mi vado bene così come sono… …io, l’amico pipistrello.
TROPPO OLTRE IL NOSTRO SOGNO
Passarono anni, secoli, e l’eternità, ed ancora noi ci rincorrevamo nell’armadio, senza incontrarci mai che per brevi momenti. Il resto del tempo era dolore, ricordo, desiderio: presente, passato, futuro. Il tempo non ci vide però spegnerci, malgrado talvolta fossimo giunti a desiderarlo disperatamente. A poco a poco diventammo più forti, acquistammo nuove consapevolezze. Uno di noi aveva giurato senza saperlo che non avrebbe mai amato finché non fosse stato perfetto, perché voleva offrire all’altro soltanto amore non contaminato dalla necessità. Amore completamente puro. L’altro, pur non avendo giurato nulla, fu costretto a percorrere la stessa via, o non avrebbe più ritrovato la sua compagna. Nessun essere umano aveva mai sopportato una simile prova… …finché un giorno tutto questo finì. Camminando uno incontro all’altro, finalmente eravamo giunti alla fine del cammino. Ci trovammo in uno strano luogo, dove sorgeva un grande trono abbandonato. Là ci sedemmo, finalmente abbracciati. In noi, ormai, respirava una grande saggezza. Sotto di noi, vedemmo il mondo e l’umanità. In noi, sentimmo il potere supremo, che ci eravamo conquistato durante la nostra ricerca, pagandolo con inquietudine estrema e sofferenza. Quante lacrime… quante grida di dolore provenivano dal mondo… che cos’altro avremmo potuto fare? La compassione ci prese il cuore, e ci preoccupammo di asciugare ogni lacrima, di far scomparire per sempre il male, di regalare a tutti la felicità… …nessuno doveva provare neppure un poco del dolore che ci aveva straziati. L’avevamo provato noi, e poteva bastare. Così dicemmo, e così fu. Nostro infatti era il potere supremo. Ma, con sgomento, vedemmo che ogni essere umano era diventato un guscio vuoto, e capimmo cos’avevamo fatto in realtà. Perché non piangessero, avevamo dovuto cancellare i loro ricordi e i loro desideri. Facendo scomparire il male, avevamo tolto dal loro animo qualcosa di cui avrebbero dovuto liberarsi da soli, per essere consapevolmente felici. Non potevano dirsi felici, ora, invece, ma solo beatamente incoscienti e immemori, persone senza ricordi dolorosi ma neppure lieti, persone senza desideri e sogni, dunque senza passato né futuro, automi sorridenti in un eterno presente che aveva il sapore di un limbo… …cos’avevamo fatto? Ci eravamo seduti sul trono di Dio? Quale strana trinità eravamo? Un uomo, una donna, un pipistrello… No, non era affatto questo ciò che volevamo per noi… Non era questo il nostro sogno… Questo, era un incubo. Noi avevamo soltanto desiderato essere un uomo e una donna che finalmente si incontrano, senza nessun potere e senza nessun trono. Asciugare le lacrime dell’umanità e cancellare il male dal mondo, ormai avevamo capito anche questo, non è possibile neppure a Dio. Ecco perché lascia crescere insieme il grano e la zizzania… …perché gli uomini crescano, e comprendano, cadendo rialzandosi cadendo per mille volte… …e perché imparino ad usare il loro libero arbitrio. Nessuno può farlo in loro vece. Ci risvegliammo nell’armadio. Ancora in quattro. E il pipistrello. Era stato solo un sogno. Riprendemmo le nostre vie, senza sapere se avranno mai fine. Dimmi che mi ami, te ne prego...
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VIE D’ACQUA
L’uomo di città domandò al marinaio:
“Dov’è morto tuo padre?
“In mare” rispose il marinaio.
“E tuo nonno?”
“In mare”
“E tu, allora, perché vai per mare?”
Il marinaio sospirò, ed a sua volta chiese:
“Dov’è morto tuo padre?”
“Nel suo letto” rispose l’uomo di città.
“E tuo nonno?”
“Nel suo letto”
“E tu, allora... perché vai ancora a letto?”
Ad ognuno il destino che gli si addice… ed io, se mi fosse concesso scegliere, tra le due vie preferirei quella del marinaio.
Non ricordo se alternativa mi sia stata concessa, ma non fui condannata ad una vita scialba.
Mi fu data in sorte la via dell’anima inquieta ed errante.
Non è un segreto, in molti lo conoscono…
…il premio per la ricerca, è la ricerca stessa.
Io non me la riesco ancora a godere, però.
Vago tormentata, sempre in cerca dell’equilibrio, della felicità, dell’altra metà di me stessa.
Oppure di fondermi con l’universo, con il Tutto che ti abbraccia, in un gioioso e finalmente sereno abbandono, come agitato torrente che prosegue la sua via, diventa infine fiume, ed infine fluisce nell’immensità del mare.
Poi però il sole chiama, e l’acqua sale fino al cielo, a formare le nubi… ma non è duraturo quel suo stato di grazia, basta un soffio di vento freddo, ed essa precipita di nuovo sulla terra, nelle gocce di pioggia scende la mia anima di angelo caduto, e si disperde per mille vie.
Dimmi che mi ami, te ne prego.
Sì, in qualunque forma io lo cerchi, il mio traguardo ultimo è comunque l’amore.
Arrivai ad un fiume, e lì sedetti esausta a guardare l’acqua che scorreva, e mi addormentai.
Quando mi svegliai era notte, e le sue acque parlavano con la loro voce, e mi raccontavano una storia tragica, ombre correvano sulla superficie oscura, e forse c'era anche lo spirito di Jean che mi sussurrava un avvertimento nello sciacquio d’acqua tra le pietre delle sponde.,tuo bisogno d’amore ti rende fragile… ma non fermarti a chiederne alle persone sbagliate… ascolta la sua storia…”
Dove sei, JeanHenry? Che nostalgia ho di te… Potrò scordare che io esisto, ma cercherò con ogni mia forza di trattenere il tuo ricordo nel cuore, per viverne ancora a lungo, in attesa di ritrovarti, senza permettere che nessun altro prenda il tuo posto in me, o perderei la via… …ma chissà quando ci incontreremo di nuovo.
Amico pipistrello che nel vento voli nostra sorte è dunque amarci, ed esser soli? Ma a volte è necessario accettare il rischio di star male, se non si vuol morire lentamente in una vita banale… E tu, vola a spiegare a lui, che forse non lo sa, quella che ho scoperto essere la mia vera volontà. Non baratterò il mio vero io con una vita tranquilla, a costo di diventar spettro di fiume… come Illa. PENSIERI DI UNA DONNA FRAGILE
Lui si chiede perché non posso fermarmi, e perché non sento la sua voce. È troppo semplice da comprendere, e dunque non capirà. Ho bisogno d’amore, di quello vero. Dunque me ne devo andare, perché lui mi ama. Lui mi ama, ed io vivo dei pochi attimi in cui lo vedo. È proprio questo, che non va. Io non sto bene con me stessa. Io non amo me stessa. Dunque, non posso amare, finché ciò non cambierà. Se restassi con lui nello stato in cui sono ora, so che a poco a poco trasferirei il mio malessere anche nella nostra storia. La rovinerei. Non posso fare questo, né a lui, né a me. Lentamente, si accorgerebbe che il suo amore non basta a rasserenarmi, resterebbe terribilmente deluso, e smetterebbe di amarmi. Ed io continuerei a sussurrare “Dimmi che mi ami, te ne prego”, ma lui non risponderebbe più. Per questo me ne vado… …per amare, bisogna prima essere in pace con se stessi… …e non dipendere dall’altra persona, per essere felici. Lui è un uomo, e forse è per questo che lui vede le cose più semplici. Io sono una donna, e forse è per questo che mi complico la vita. O semplicemente siamo diversi, lui sereno, ed io no. Sì, sento un terribile bisogno d’amore. Ma non voglio un rapporto rovinato dalla dipendenza. Non voglio che un giorno lui si stanchi di me, e mi abbandoni. Morirei. Meglio rimandare. Aspettare di essere più forte. Avere anch’io amore incondizionato da dare. Quanto è lunga questa strada, però. Quanto sono pesanti queste catene. Quanto è lunga questa notte. Sembra non finire mai.
Ed ora pipistrello, amico caro, torna presto a mostrarmi il mio sentiero… …perché con lui non mi posso fermare, a Casa Ricerca dovrò a lungo sostare.
IO, JEANHENRY
Lei doveva ritrovare se stessa, per poter tornare da me che la aspetto da un’eternità. Non può amare, se non sa chi è… …e sta morendo, perché non capisce. Ed io sto soffrendo nel vedere tutto questo. Perché… io conosco me stesso, conosco lei, e l’amo. L’ho trascinata in quel viaggio nel passato, sì, sono stato io, a tanto sono arrivato. Ha conosciuto se stessa, per un breve momento. Chissà perché si odia tanto, o di cosa ha paura. È fuggita via da ciò che ha creduto di vedere, e così ora sono in due… o così credono. Ethel, la sua parte oscura, terrestre, passionale, impulsiva… Berta, la sua parte luminosa, spirituale, sognatrice, magica… …inconciliabili, secondo loro, ognuna per la sua misteriosa via, tra gli scaffali. Ed io… cos’avrei dovuto fare? Sono io, quello che la aspetta a lato della panchina, lei passa accanto a me una volta ogni cento anni, ed ogni volta mi guarda e se ne va… non ho dentro il suo tormento, ma provo un dolore terribile nel guardarla negli occhi in quel momento, perché so che vorrebbe restare, ma qualcosa glielo impedisce. Cosa avrei dovuto fare? Forse ho sbagliato, ma per ritrovarla ho compiuto un’azione estrema… …ho lasciato la mia parte terrestre ad aspettarla come sempre, ai piani inferiori, e ho proiettato la mia parte celeste nelle sfere più alte dello spirito. Ecco, il primo è Henry, che se ne va per le vie terrene dell’armadio. Il secondo è Jean, che sa navigare sulle onde del cuore e dell’anima. Non so cosa succederà, e neppure se conserverò a lungo la mia pace interiore ed il ricordo della mia completezza. Non sapevo che in questo armadio ci fossero tante vie. Non sono riuscito a raggiungerla, non ancora. Soltanto la mia voce, tra le cianfrusaglie. “Ti amo” ho detto. Ma lei non ha sentito, perché l’eco della sua voce ha sussurrato: “…dimmi che mi ami, te ne prego”
E tu, amico caro, pipistrello, io ho parlato con te di questo e quello, ma ora vola ti prego davanti a me, presto, mostrami la giusta via, se c’è… perché quella sua eterna richiesta d’amore e quel suo senso di vuoto interiore dietro queste ante sono eco di tormento, e non so quanto a lungo lei vivrà qui dentro prima di fare di sé e della sua vita solo un colorato disegno a matita…
IN QUATTRO NELL’ARMADIO
Oh, no… non cammino più sola/solo. O meglio, sono ancora più sola/solo. Non torno intera/intero dal viaggio nel tempo. Ora c’è Ethel da una parte. Dall’altra parte, Berta. Camminano ognuna per conto suo, quasi sempre dimentiche dell’esistenza dell’altra, tranne che per rari istanti di intuizione. Diversissime l’una dall’altra, pensano di essere autosufficienti, e seguono strade diverse. Ethelberta non lo sa, ma neppure a JeanHenry fu risparmiata la stessa sorte. Dentro l’armadio così ora vagano in quattro, e se già quando erano in due non si incontravano mai, ora hanno perduto pure parte di loro stessi, ed il viaggio nel tempo ha disgregato anziché ricomporre. Dall’armadio chiuso, echi di quattro voci, e talvolta ancora di lontano, in sottofondo, il sussurro di Ricerca, la casa sapiente dove viaggiarono insieme. Chi parlerà, qui, d’ora in poi? Ethel, o Berta? Jean, o Henry? O chi altri? E chi parlerà, di volta in volta, sarà cosciente della propria identità, in modo da poter scrivere il proprio nome alla fine dei suoi pensieri? Chi sono, tra i quattro, io che sto parlando ora? Non lo so, ma chiunque io sia… …dimmi che mi ami, te ne prego.
E tu va’ lontano, amico caro, pipistrello… e poi torna ad insegnarci che il mondo può esser bello… perché noi quattro, qui dentro gli scaffali, ora, come dei disegni, ci sentiamo irreali. IL NATALE DI HANS
Il fondo dell’armadio si apre su una via surreale. Lo so, sto rischiando di non uscirne più. È un varco di conoscenza, e finalmente ricordo. Il vialetto di pietra porta ad una casa parlante, che da sempre mi chiama. “EthelBerta…” Oh, la casa che ha nome Ricerca… da quanto tempo non passavo di qui… “Hai dimenticato di nuovo, e così non va” si arrabbia, sbattendo le finestre. JeanHenry, l’alter-ego di colui che amo, mi aspetta lì, e in quel momento la cosa mi sembra naturale. “Tu hai sempre una buona parola per tutti, ma non ricordi perché…” dice la casa. “Dovrai tornare nel passato, per scoprirlo, e sarà il primo passo verso la tua pace…” Entriamo, nel buio. La casa comincia a tremare, poi corre all’indietro, ruota su se stessa… BANG… atterra in un luogo e in un tempo sconosciuti. I soldati sparano. Lili Marlene canta, sotto una torre, ma nessuno capisce che in realtà lei è JeanHenry in una sua precedente vita, e che la torre è la casa Ricerca in incognito. Non canta più, Lili-JeanHenry, ora, guarda soltanto, attonita. È Natale, ma nessuno se ne cura, e la guerra dai mille orrori continua. L’esercito tedesco è in rotta, i soldati sparano, e ripiegano. Si nascondono in una vecchia trincea, e da quella postazione di fortuna continuano a fare fuoco sui russi. Non tutti. Il soldato Hans Kaufmann è stanco dell’interminabile guerra. JeanHenry lo riconosce… Hans sono io, in quel luogo ed in quel tempo, ma in quel momento non so nemmeno più se esisto. Il soldato esce dalla trincea, cammina sul campo di battaglia, getta il mitra a terra, ed ancora cammina. Cerca il senso di ciò che vede, e non lo trova. Avanza, il paesaggio e le persone intorno a lui gli sembrano finte, come disegnate su un foglio di carta che si accartoccia su se stesso. Naturalmente non dura a lungo. JeanHenry gli grida di fuggire, perché sa che così facendo si farà uccidere. Troppo tardi. Il soldato Hans cade nel fango, ferito a morte, nel suo respiro una sola, insensata parola: “EthelBerta” È tutto finito. La scena scompare nel buio che risucchia le nostre menti, e con un tonfo Ricerca torna sulle sue fondamenta. “Ricordi, ora?” mi chiede. Sì, ora ricordo. Tornai in questo mondo, con questo corpo e questo mio nome, e da allora giurai che dove fossi passata io, avrei guarito le ferite, riscaldato i cuori. Arriverà il Natale, e proverò a fare in modo che almeno un paio di persone quel giorno non si sentano sole. Proverò a far sì che gli orrori che stanno in agguato fuori dal cerchio di luce che le circonda non possano far loro del male. A me stessa fingo di non pensare, ma forse sono più sola ed impaurita di loro. Un’anta sbatte, e tutto scompare. Persino JeanHenry… perduto tra gli scaffali, tra fogli e perline e matite… Perchè non mi hai trattenuto neppure in questa vita? Ma dimmi che mi ami, ti prego.
L’ AMORE IMPOSSIBILE
Ormai troppo stanca,
qui sono tornata.
Accanto alla panchina del viale
vedo un’ombra cupa che attende.
Tu, altra metà dell’anima mia,
tu, che sempre mi aspetti,
immobile come statua di pietra.
Eccomi, sono io.
No, non muoverti,
non ti avvicinare troppo,
non mostrarmi troppo a lungo
il tuo sguardo splendente.
Altrimenti poi morirei.
E’ scritto che il mio posto sia altrove,
e solo l’ombra di me è giunta qui,
contro ogni divino volere.
Un giorno…
tra un tempo infinito
so che verrà per noi il sole.
Allora cammineremo insieme.
Ma questa volta non mi è dato fermarmi,
e vedo solo buio senza fine...
Non resterò con te
in questo gelo di morte.
Non posso.
Mi fermo davanti a te,
solo un attimo che vale una vita.
Di esso io a lungo vivrò.
Ma quanto passa in fretta…
…ed ora sento che da qui
ormai sto per svanire.
Le nostre mani si sfiorano appena,
come i nostri sguardi,
in un incontro
che è già di nuovo un addio.
Nemmeno una parola,
ci è data,
soltanto il tempo per un sospiro.
Ma ricorda…
Aspettami…
Un giorno…
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L'ARMADIO MI STA CHIAMANDO
Pare un comunissimo armadio alto poco più di me, con quattro ripiani, le ante azzurro aviatore... apparentemente è pieno di materiale di colorata cancelleria… ma pulsa internamente di una strana vita. È colpa mia, e del potere che ho dato alle strane cose che ho messo lì dentro. È cominciato tutto per gioco… un anno fa… con la foto di un uomo bellissimo ma triste. Non ci siamo mai incontrati, non ho voluto. La sua foto, però, ha girato tra le mani di noi che vivevamo lì in giro, poi l’ho appesa al muro, qualcuno l’ha fatta sparire perché era inopportuno che stesse lì, se l’è tenuta in tasca per due settimane, infine l’ha ritrovata e me l’ha rimandata. Ormai di lui non mi ricordavo più. L’ho messa nell’armadio, dopo averla lasciata vagare per un po’ tra i cassetti. L’ordine non è il mio forte, mai. Ora ho paura ad aprire l’armadio. Troppe cose ci sono finite, nel frattempo. È stregato. È infestato. Qualcuno mi guarda da una foto, accanto al burattino di una principessa… …ed io mi chiedo se devo continuare a cercar di trattenere la sua anima nella carta velina verde acqua, nella torre di plastica grigia. A volte piango, a volte rido. Un allenatore di calcio si è offerto di trasformarsi in cavaliere celtico ed entrare in quell’armadio a combattere per me, in formato Photoshop. Ciò che ci abita è diventato di gelo, ed ha il potere di ibernarmi l’anima, come un tempo aveva il potere di riscaldarla e di farla fiorire. Gliel’ho dato io, inconsapevolmente. Devo pensare ad altro, mentre cerco il temperamatite elettrico, e le perline di plastica, oppure lo guarderò, e rischierò di diventare di pietra. Inutile… Io, EthelBerta, infine scomparirò lì dentro… …ecco… …questo nome… …ero io, anzi, il mio alter ego, nelle storie a fumetti che scrivevo da adolescente. Troppo tardi. Sono già qui dentro. Tra le cianfrusaglie della mente io vago. Intanto nella vita reale il tempo passa, a diversa velocità… cosa troverò, se e quando riuscirò a venirne fuori? Dimmi che mi ami, te ne prego... |
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